Ferdinando Todesco Pittore

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Dipinti di Todesco

Finalmente alla stazione, Acrilico su tela 80x80 (2008)

Filosofia e Pittura e Contemporaneità

Tutto ci sfugge. Tutto e tutti. Anche noi stessi. "Vedere con i propri occhi quello che ci sta d'intorno"; che c'è di più arduo al mondo?

Un "oggetto" non parla di sé. Narra di ferite e perdite, di distruzione e morte. E'uno scarto, un'eccedenza indigeribile, forse una traccia dell'apocalisse. Parla d'altro "il resto", la differenza non assorbita.

E l'altro è li, presente, come una non placabile idea: aleggia, privo di forma. La tragedia è cosi istituita. Ma non c'è posto per il pathos, per il dramma. L'esposizione è sovraccarica come il magazzino del rigattiere. Il dramma, invece, è sempre singolare, personale.

Quel "resto" ha un nome. E' un relitto. Anzi, un cimitero di rottami. L'immodificabile inerzia sta, svetta per un istante, quasi luogo assoluto. Sotto corre il silenzio. Semantico silenzio! Quante storie invisibili, quante vite frantumate. Eppure si intersecano quelle vite "non più vite", si cercano querule, pietosamente si accalcano. Come restituire ad ognuna la sua identità, la sua individualità? Gli squarci profondi e le deboli ferite, scongiurato l'impianto effettistico, approdano alla tenuissima coniugazione dei colori acrilici. La suggestione s'innalza sul sospetto, sospesa alle macerate spie di un "paradigma indiziario".

Poi, "il resto" accetta di ricollocarsi.

La tramatura sghemba dei fili elettrici parla di un mondo che viene da lontano. Ecco, quel mondo appare all'orizzonte: una teoria di grattacieli-formicaio in processione ordinata. E'la città, o meglio una "stracittà" appena contenuta dall'intenzionalità pittorica che dissocia, a volte, forma e colore. Il sonante mito della modernità alberga così sullo sfondo, presume farsi cosmo. Lo fronteggia, invadente, sotto un cielo plumbeo l'eccedenza apocalittica. La dissimetria è solare. Là, in fondo, l'universo dell'ordine e della razionalità; qui, in primo piano, quello dello scarto e dello scacco.
Il confronto è aperto: non ammette composizione. L'aggrovigliata diagonale dei fili illude, allude a lidi lontani.

Ma l'avvenire è improbabile: L'espansione è solo quantitativa. Cemento che si aggiunge a cemento. Nulla più.

Le gru meccaniche, nel fervore dei cantieri, allungano le deboli dita: non annunciano il nuovo, piuttosto soccombono all'ordine pietrificato della onnipotente città.

Più in generale, la prospettiva è corta. Il consumismo ci sommerge. Dissemina tracce, segni a volontà. Una vecchia strada ferrata ansima timidamente di sotto ai rovi indaffarati a riassorbirla. Siamo condannati a pensare, non a progettare. E' questa l'impresa dell'artista. Riconoscere le orme che si addentrano al simbolo. Vedere più cose in una. I presagi, a volte, vengono così.

E allora? Di tutto quello che oggi esiste, niente per noi è il futuro. In questo multiverso tante biglie rotolano, ognuno tira la sua. Ma alla bottega del rigattiere non bussano i clienti. Quanta inappetenza, quanta! Quei segni, peraltro, non si lasciano assimilare. Non sono nemmeno alienati: sono soltanto. Stanno.

Sferraglia altrove un treno sotto il pantografo sospeso sulle rotaie: compressa dalla configurazione simmetrica, la città sfuma, finalmente, abbarbicata agli aspri spigoli. "Dove andiamo?". La tentazione di rispondere ci grava la coscienza come una cattiva azione. Non chiediamoci; e dopo? Se osiamo sperare che il tempo ci porti e non ci trascini, vediamo, piuttosto "chi siamo" e "da dove veniamo". Sul presente incombe il passato. Quello è il nostro rischio.

Siamo perciò grati all'artista. Di tutto questo e d'altro ancora. Non ci illudiamo: la relazione che l'opera stabilisce con chi semplicemente la guarda è solo un prologo. Oltre sta ciò che più conta: il fatto estetico come evento autonomo e singolare. Sulla dignità del segno, sui balsami delicati e ardenti del colore ci intratteniamo in silenzio. Il bello, che ad onta di tutte le evidenze dei sensi è sempre un così arduo problema, non è qui una scommessa azzardata.

 

Ivano Mariotto
San Bonifacio 1988